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CARNEVALE STORICO DI BIBBIENA

RIEVOCAZIONE DELLA MEA

 

I membri del Comitato della Mea, riunito il giorno 14 Gennaio 2009 nella sede di via Berni, 19, su proposta del presidente decidono di procedere alla ristampa del testo "Carnevale a Bibbiena" pubblicato nell'anno 1979 dall’allora Amministrazione comunale, in occasione delle celebrazioni del millenario dal ritrovamento del primo documento storico riguardante Bibbiena.

La ristampa contiene un’accurata ricerca storica sulle origini del nostro Carnevale e viene riproposta in modo integrale, ma con alcune importanti precisazioni. Queste riguardano la data dell'inizio della manifestazione. Le ricerche sono state effettuate da Giorgio Innocenti (Ghiaccini) e Daniele Senzi.

Nel testo relativo al Carnevale Storico di Bibbiena, redatto nell’anno 1979, è scritto che la festa carnascialesca ha le sue origini al tempo di Pier Saccone Tarlati e, in proposito, vi sono citate due ipotesi:

- la prima fa riferimento a festeggiamenti seguiti ad una vittoriosa battaglia di Pier Saccone, assieme agli alleati aretini,

contro i perugini. Il contrasto avvenne all'Olmo, presso Arezzo, nel mese di settembre dell'anno 1351. La notizia viene rilevata dalla storia delle famiglie toscane del Gamurrini;

- la seconda ipotesi fa riferimento all'assedio di Bibbiena portato dai fiorentini nel 1359. Marco Tarlati, allora signore di Bibbiena, era succeduto al padre Piero, morto nel mese di febbraio del 1356. Marco, per dimostrare agli assedianti che la città godeva di prosperità, avrebbe fatto bruciare sopra le mura un ginepro con delle vettovaglie, gettandone anche altre al di la delle mura stesse.

Questa notizia è stata acquisita da "Delizie del parlare toscano" (Giuliani,volume I°, pag. 253). Quest'ultma ipotesi sicuramente è la meno plausibile perché, anche se Bibbiena era cinta d’assedio, i contatti dei bibbienesi con il campo degli assedianti erano frequenti e, quindi, doveva essere nota a tutti la scarsità di vettovaglie all’interno del castello.Bibbiena si concesse ai fiorentini, senza che i cittadini subissero violenze, durante la notte dell'Epifania dell'anno 1360 (anno 1359 secondo il computo Fiorentino). Diciotto bibbienesi, capeggiati da un certo Mastro Acciaio, consentirono ai fiorentini di appoggiare cinque scale sulle mura dalle quali rientrarono alcuni esiliati, che, assieme a soldati della Repubblica, misero fine al dominio dei Tarlati su Bibbiena ed alle sofferenze dei bibbienesi derivanti dall’assedio.

E' molto difficile che l’antica tradizione di bruciare il "Bello Pomo" si riferisca ai suddetti avvenimenti. Infatti, nel primo caso, si deve considerare che nel 1351 erano ormai quattordici anni che Pier Saccone aveva preso posseso di Bibbiena, mentre nella seconda ipotesi si deve tener conto che Pier Saccone era deceduto a Bibbiena nell'anno 1356, sebbene non si possa escludere che anche in dette occasioni si sia fatto uso della tradi- zione in questiome.

Come vedremo, secondo noi, la collocazione più probabile può essere individuata nell'anno 1337, quando Piero Tarlati cedette la città di Arezzo ai fiorentini, a seguito degli accordi del 7 marzo, con i quali si riservò il possesso di Bibbiena. Piero, allora, si ritirò definitivamente nel suo castello casentinese e sicuramente volle festeggiare l'evento con i suoi popolani, come era solito fare.

Come era in uso, i festeggiamenti venivano fatti attorno ai fuochi e, nel nostro caso, i canti e i balli furono sottolineati dall’incendio di un enorme ginepro. L'evento, probabilmente fin da allora, viene ripetuto in occasione del Carnevale e si tramanda fino ai giorni nostri.

Dalle ricerche effettuate, si può evincere che Saccone, oltre che essere uomo d’armi, spietato e duro, era un uomo gaudente, capace anche di organizzare grandi feste. Come detto sopra, i fuochi erano al centro dei festeggiamenti popolari e di questo ne è prova una lettera del 10 Novembre dell’anno 1331 che Saccone e suo fratello Tarlato spedirono al pontefice Giovanni XXII°, nella quale si legge: "Sanctissimo patri et domino domino Iohanni permissione divina sacrisancte Romane Ecclesie summo pontifici... Quanta autem per civitas et terras cives et populos nostros perceptione huiusmodi per luminaria et falones et hastiludia iubilationum tripudia et alios iocos seculares solemnitas et gaudia sunt ostensa his literis exprimere non curamus, nam, aliunde vestre sanctitati patere debetis" . Il Pasqui, nei documenti per la storia della città di Arezzo a pagina 300 dell’appendice del terzo volume, commenta così quella missiva: "Piero Saccone e Tarlato da Pietramala scrivono al Pontefice notificandogli come il popolo aretino sia esultante per l’ottenuta conferma del possesso di Città di Castello e Borgo San Sepolcro e festeggi il fatto con fuoco e luminarie".

Sicuramente, l’antichissima tradizione di bruciare un grosso ginepro in Piazzolina, a Bibbiena, il giorno ultimo di Carnevale deriva proprio da quegli accordi tra Firenze ed Arezzo definiti il 7 marzo dell’anno 1337 (1336 per i fiorentini fino al giorno 25 di marzo, capodanno per loro, giorno dell'incarnazione di Cristo con la concezione di Maria). Questi festeggiamenti furono sicuramente simili a quelli descritti nella lettera citata sopra. Infatti, nel 1337, la Pasqua cadde il 20 di aprile e l’ultimo giorno di Carnevale fu festeggiato il 4 di marzo. La ratifica dei patti era attesa perché, già da gennaio, erano in corso trattative fatte attraverso molte bozze di documenti che ci sono pervenuti e che furono scritti in lingua volgare. Sicuramente, già per Carnevale doveva essere giunta notizia che i patti sarebbero stati confermati e firmati tre giornI dopo. La ratifica di quegli accordi avrebbe significato, per i bibbienesi ed i Tarlati, pace e prosperità per il futuro... Quindi, c’era di che festeggiare! Si giustificherebbe così una festa particolarmente sentita e continuata tanto da ripetersi ogni Martedì Grasso, anche se l'ipotesi più giusta è che i festeggiamenti siano stati organizzati dallo stesso Pier Saccone al suo ingresso in Bibbiena una volta accordatosi con i fiorentini.

Anche lo storico Giovanni Villani ricorda Saccone come un gran signore e, al capitolo LX del libro undicesimo delle sue "Croniche", scrive: "Come i fiorentini ebbono a patti la città di Arezzo e il suo contado", facendo, poi, il resoconto dei banchetti che Saccone dava e riceveva "E poi a dì 10 d’aprile vegnente messer Piero Sacconi venne in Firenze con certi de’ suoi consorti e altri buoni cittadini d’Arezzo: con più di cento a cavallo: da’ Fiorentini fu ricevuto onorevolmente come gran signore, e dimorò in Firenze sei dì: alla fine ricevuti più corredi da’ cittadini, e dati continui desinari e cene, alla partita gli feciono uno corredo in Santa Croce molto nobile, ov’ebbe mille e più cittadini alla prima mensa de’ migliori, con cinque messe di pesce, molto onoratamente serviti da donzelli di Firenze, fornendo tutta la corte di capoleti franceschi molto nobili".

 

Un discorso a parte deve essere fatto, invece, per quanto riguarda la leggenda della "Mea" (Batolomea). Per questo si deve ritornare all'anno 1937, quando il maestro Tito Bartolini (appassionato storico, amante della "sua" Bibbiena e del Casentino) organizzò, assieme a degli amici, una prima festa in costume che, a tutt’oggi, l’Associazione del Carnevale Storico continua a portare avanti. (è doveroso un ricordo del maestro Tito, che morì in Bibbiena nell'anno 1988 e che meriterebbe una memoria anche da parte dell’Amministrazione comunale).

Durante i festeggiamenti di Carnevale, ancora oggi si cantano canzoni tradizionali che risalgono al periodo a cavallo tra il ‘400 ed il ‘500. l canti più usuali sono: "Eran le piazzoline" (o "Eran le fondaccine"), "Evviva il vino", "La Mea " e "La Brunettina mia".

In particolare la canzone "La Brunettina mia" sembra sia opera del marchigiano fra’ Baldassarre Olimpo da Sassoferrato, che è stata modificata nel testo con la variazione di una o due parole. Non è chiaro, però, se sia nata prima la canzone di Baldassarre Olimpo dal titolo "La Pastorella mia", o la canzone che si canta a Bibbiena, dedicata ad una brunettina.

Fra’ Baldassarre Olimpo (1486-1540) era coevo del cardinal Dovizi, detto "Il Bibbiena" (1470 – 1520), che scrisse la commedia

"La Calandria". Il Dovizi presentò la sua opera, la prima volta, alla corte di Urbino e per diporto, per devozione (era protettore della casa di Loreto), o per comandar truppe, frequentò molto la zona delle Marche, patria di fra’ Olimpo.

Non è da escludere che il "Cardinal Bibbiena", uomo di grandissima cultura, abbia suggerito a Olimpo una canzone della sua terra e Olimpo, molto più giovane del Dovizi, l’abbia modificata trasformandola da "Brunettina mia" a "Pastorella mia".

Da queste canzoni, sicuramente, è nata la leggenda della "Mea", che oggi continua ad essere perpetuata il giorno ultimo di Carnevale.

La Bibbiena "della storia e della leggenda" era (ed è) divisa in due rioni, quello del Fondaccio, con colori rosso e giallo, e quello di Piazza, con colori bianco e celeste. La divisione dei rioni era sulla via est-ovest (oggi chiamata Via Dovizi – Via 28 Agosto) che taglia Bibbiena da Piazza Matteotti fino al palazzo del Municipio.

I fondaccini, residenti nella parte sud più bassa, furono individuati con il ceto popolare, dove si trovavano artigiani ed umili lavoratori in genere. I piazzolini, quelli della parte nord e più alta, erano riconosciuti come appartenenti alle categorie più benestanti.

La "Mea" della leggenda era una bellissima ragazza fondaccina, popolana di basse origini, fidanzata con Cecco

 

tessitore. Di lei si invaghì il figlio di Pier Saccone. Marco Tarlati che, non potendola avere, la rapì suscitando le ire del popolo. Pier Saccone riportò la tranquillità rendendo al Fondaccio la sua popolana più bella proprio nel giorno di Carnevale.

Tra i canti, quello dell’"Egri", ("Evviva il vino") sembra non andare più indietro del diciannovesimo secolo e potrebbe essere un’eredità dell’occupazione francese dei primissimi anni dell’ottocento.

Nella prima edizione di questo fascicolo, quella del 1979, si ricorda l’incontro che ci fu nell’anno 1966 tra Caterina Bueno, insigne ricercatrice e cantante di musiche e canti popolari toscani, scomparsa qualche tempo fa, ed Amedeo Bendoni. L’incontro avvenne in casa di Pasquale Bertelli, detto "Pasqualino di Neno". Erano presenti oltre ai suddetti: Tito Bartolini ed i coristi Antonio Campacci, Daniele Senzi, Ezio Bartolini. Franco Ceccolini e Silvano Galastri.

Durante quell’incontro i coristi eseguirono i "nostri" canti, che la Bueno registrò e ne chiese chiarimenti ed origini. Successivamente, la stessa ne elaborò due solamente: "La Mea" ed "Eran le Fondaccine", cercando di riportarli musicalmente alle origini e inserendole in un disco.

Il maestro Tito Bartolini, nell’elaborare la leggenda della "Mea", fece riferimento a una novelle dè "Le Novelle della Nonna" di Emma Perodi che si leggevano nelle veglie serali. In una delle novelle, tutte ambientate in Casentino, la "Mea" era individuata con il nome di Amabile, anche se in questo caso l'epilogo è tragico.

Fu nell'anno 1937, la domenica precedente l'ultimo giorno di Carnevale, che iniziò la rievocazione della "Mea" e, per la prima volta, furono adottati i costumi che si rifacevano all’epoca trecentesca. Fu puramente casuale la data del seicentesimo anniversario da quando venne bruciato per la prima volta il "Bello Pomo".

La manifestazione storica di bruciare il "Bello Pomo" nel giorno del Martedì Grasso non è stata mai interrotta, nemmeno durante la seconda Guerra mondiale, mentre quella della leggenda della "Mea" cessò con l'inizio delle attività belliche.

Solo nell' anno 1972 un gruppo di bibbienesi volle ridare vita a quella bellissima leggenda. Nell'impossibilità di ricordarli tutti, ci limitiamo a citarne cinque, ossia: lo stesso maestro Tito Bartolini, Alba Mattioli (di fede fondaccina), Grazia Bei (di fede piazzolina), la quale sarebbe divenuta per molti anni Presidente dell' Asso- ciazione, Giulio Gabiccini, che scrisse e musicò negli stessi anni, una commedia denominata appunto "La Mea", che ebbe, all’epoca, un notevole successo e, infine il pittore Mario Rossi, che inventò la gara del carraccio.

 

 

Furono nuovamente adottati i costumi rifacentesi all’epoca medievale. A tal proposito, è doveroso ricordare, fra le altre, due persone: Anna Del Grazia (per i fondaccini) e Lidia Canaccini (per i

piazzolini). L'attività proseguì negli anni, alternando periodi di notevole vigore ad altri di minore intensità. Questo fino a spegnersi gradualmente del tutto, fatta salva la sola tradizione del "Bello Pomo".

Nell'anno 2000, dietro sollecitazione dell’Amministrazione comunale e, in particolare, dell'allora assessore al turismo Gianni Baldini, fu costituita una nuova Associazione. Grazie all'amore per le tradizioni di alcune cittadine, che avevano conservato i vecchi costumi, si poterono riprendere le attività con un nuovo vigore e slancio, tanto da poter inserire le due giornate medioevali estive giunte, quest'anno, alla decima edizione.

In questo periodo molto è stato fatto: dall'organizzazione delle rievocazioni invernali ed estive, all' acquisto dei nuovi costumi, alla partecipazione a manifestazioni nazionali e regionali, alla presenza in trasmissioni televisive, alla costituzione di gruppi interni all' Associazione stessa, all'importante collaborazione con altre associazioni e gruppi di Bibbiena e non solo.

Noi del Consiglio del "Carnevale Storico rievocazione della "Mea" cogliamo l’occasione per fare un'appello a tutti i bibbienesi e, in particolare, ai giovani, perché si impegnino, partecipando, a mantenere e migliorare questa bella tradizione che dà lustro alla nostra Bibbiena ed a tutto il Casentino. Non sappiamo quante altre città, anche molto più popolose di Bibbiena, possano vantare tradizioni carnevalesche ed anche storiche antiche quanto le nostre.

Comunque punto centrale ed imprescindibile della secolare manifestazione, per tutti i "veri" bibbienesi, è quella di ritrovarsi il Martedì Grasso, al suono del campanone, in Piazzolina (oggi Piazza Roma). Tale ritrovo serve a ricordare un antico fatto storico, a saldare l’amicizia tra i cittadini ed a suggellare un atto di amore per le tradizioni, come quella di dare "piccio" al "Bello Pomo", tramandata dai tempi dei guelfi e dei ghibellini, fino ai nostri giorni.

 

ll Consiglio dell'Associazione Carnevale Storico

Rievocazione della "Mea"