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Il BELLO POMO
A Bibbiena il "Martedì Grasso", ultimo giorno di carnevale, alle cinque del pomeriggio, la popolazione si ritrova in "piazzolina", dopo che il campanone della Torre dei Tarlati ha suonato, come ormai avviene da qualche centinaio di anni ed è dato fuoco al "ginepro". Un evento che si rinnova, come il passare delle stagioni, dove la memoria non può fare a meno di correre alle origini di questo antico e unico modo di festeggiare la fine del carnevale, una manifestazione che è sicuramente la più antica d’Italia.
Ci sono tesi contrastanti sulle sue origini. Per alcuni sembra che la festa sia nata a seguito della vittoria, in una breve e poco significativa battaglia avvenuta all’Olmo, frazione alle porte di Arezzo, fra gli aretini e i perugini, alla quale aveva preso parte, con onore, l’ormai anziano Pier Saccone Tarlati. Scrive, fra l’altro, Eugenio Gamurrini nelle sue storie delle famiglie nobili di Toscana: " Anche ai tempi di Pier Saccone i furono fatte feste straordinarie quando questi, dopo avere sconfitto i perugini all’Olmo porto a Bibbiena, trecento prigionieri, trecento cavalli e ricco bottino" Per altri sembra sia nata invece dopo uno dei tanti assedi subiti da Bibbiena per mano dei fiorentini. Erano gli anni 1359/1360 e signore di Bibbiena era Marco Tarlati, questi, per dimostrare agli assedianti che all’interno del paese non c’era carestia, fece bruciare sulle mura un grosso ginepro con attorno le più svariate vettovaglie. Purtroppo l’espediente ebbe solamente un momentaneo risultato positivo; Bibbiena fu ugualmente espugnata dai fiorentini, per il tradimento… di alcuni cittadini, sembra diciotto, capeggiati da un certo mastro Acciaio: nottetempo, aprirono le porte ai nemici… forse per evitare ulteriori sofferenze alla popola-zione, ma anche per disfarsi di Marco Tarlati, che dominava Bibbiena in modo dispotico, contrariamente a quanto aveva fatto il padre Pier Saccone, che era deceduto nell’anno 1355. Da ulteriori ricerche effettuate però sembra certo che la tradizione risalga al 1337, quando Pier Saccone Tarlati si ritirò nel suo castello di Bibbiena, dopo che con gli accordi di Sarzana del 4 marzo di tale anno aveva ceduto Arezzo ai fiorentini. Pier Saccone sicuramente s’ ispirava alle feste effettuate in Arezzo e nel 1336 in Santa Croce a Firenze di cui era, un ottimo organizzatore. Malgrado alcune incertezze sulla sua esatta data d’inizio ritengo importante, comunque, descrivere una tradizione, tramandata di padre in figlio per tanti secoli, e come abbia potuto sopravivere, senza interruzioni, fino ai nostri giorni. In un secondo tempo la manifestazione è stata ampliata con la leggenda, stando ai testi degli antichi canti, molto veritiera, della bella "Mea", più che canti, sono ballate che, " tramandate di bocca in bocca sono giunte fino a noi, forse non complete, ma conservando, malgrado certe slegature, di periodo e di concetto, frasi vive ed espressive, lingua purissima, correttezza di versi e mantenendo anche tutta la semplicità e la gentilezza del canto popolano insieme all’allegoria fine e gentile, come nella ballata "eran le fondaccine…(o piazzoline…) dei canti dei trovatori". In ogni caso i canti non dovrebbero essere antecedenti al 500, fra questi sicura- mente La "Brunettina Mia", la quale sembra tratta da un frammento della frottola "la Pastorella", di Baldassarre Olimpio, di Sassoferrato che dice: "La pastorella mia Con l’acqua della fonte Sì lava al di la fronte e il seren petto…" ( Giuseppe Jetta, dalla guida storica artistica di Andrea Neroni dell’anno 1928).L’ impostazione data alla manifestazione negli anni trenta del secolo scorso prevede l’adozione dei costumi dell’epoca tardo-medievale; ed è forse sorta per quello spirito che ci anima e che ci riporta alle nostre radici, tanto da farci sentire: popolani, guardie, cavalieri e dame, in un ambiente dove ogni angolo, ogni pietra parla del passato e fa rivivere l’istinto di sovranità di ogni luogo, sia essa un piccolo o un grande centro. Più arduo e quasi impossibile, il voler trasformare il momento in cui il "bello pomo" è bruciato, in festa medievale; nonostante i vari tentativi ci siamo dovuti limitare alla presenza di personaggi in costume intorno al pomo, perché tutto il popolo bibbienese si sente, in quel momento, partecipe, sia che indossi o che non indossi il costume.Fin dalle origini, di secolo in secolo il "bello pomo" è stato la "festa di un popolo", che intorno a questo albero povero ha creato: i canti e le leggende, ha dato i colori ai due rioni, ha creato le compagnie del " bello ballo", nel quartiere nobile piazzolino, e del "bello pomo" fondaccino, il rione popolare. Le notizie storiche che la riguardano sono: del 6/2/1614, del mese di Novembre 1809, a tal proposito Il sottoprefetto Valpillat, rappresentante del governo Francese ad Arezzo, chiedeva, ai sindaci dei Comuni del circondario, notizie sulle feste non religiose esistenti; alla domanda rispondeva il "vicario" B. Franceschi, dando cenno delle danze dei piazzolini e dei fondaccini e riferendo che la tradizione risaliva a Pier Saccone Tarlati". Altre notizie sono del 1837, 1881, 1901, 1921, 1928 e 1930. Descrizioni più dettagliate si trovano in tutti i testi e le guide che riguardano Bibbiena e il Casentino, da Carlo Beni, al già citato Andrea Neroni, Franco Niccolini, nel testo del 1891 "la Patria" riguardante le Province di Arezzo, Grosseto Siena e Livorno; anche in una delle novelle della nonna, scritte da Emma Perodi, intorno al 1890, si parla indirettamente della leggenda della Mea , che la scrittrice chiama Amabile, per giungere alla pubblicazione, della Amministrazione Comunale di Bibbiena emessa nell’anno 1979 in occasione dei festeggiamenti per il millenario e che con i dovuti aggiornamenti in base alle ultime ricerche, varrebbe la pena di ristampare. In una pittura di proprietà della famiglia Conti, che risale intorno al 1870 si può rilevare la grande partecipazione del popolo all’evento. Da un esame dei documenti che visionati nell’archivio storico dell’indimenticabile maestro Tito Bartolini, vi sono notizie molto interessanti vergate con bella scrittura, con allegate le partiture musicali riguardanti i canti del "nostro" carnevale. Purtroppo dal testo, non si desume chi l’abbia scritto; la grafia sembrerebbe di una donna, che conosceva bene la musica, ed è indirizzata alla marchesina Maria Francesca Corsi Salviati, coniugata 10/6/1886 con il Conte Ludovico Guicciardini. Quindi databile intorno all’anno 1890."Due comitive dette l’una dei fondaccini e l’altra dei piazzolini, con nastri celesti e merli vivi legati per le zampe al cappello, vanno percorrendo, nelle ore pomeridiane del " Martedì Grasso" le vie del paese, in direzione opposta, suonando con violini e cembali il seguente trescone… (seguono le note musicali) Di tanto in tanto ognuna delle due comitive si ferma davanti alla porta delle diverse case signorili del paese gridando: Evviva la casa del… evviva… e lì violini e cembali a suonare il solito trescone. Evviva la casa… evviva… Evviva il Sor… evviva… E tutto questo con lo scopo fondamentale di far qualche mancia.Ad una certa ora la comitiva dei piazzolini si ferma in Piazza Grande, oggi Tarlati, dove disposti in giro tondo attorno alla fonte, e prima che ci fosse la fonte, attorno alla cisterna, uomini e donne si mettono a cantare le strofe che seguono, alternando il canto (sono: La Mea, la Brunettina mia ecc.) con brani dello stesso trescone. Finiti i canti dei piazzolini in Piazza Grande si sente su la torre del Comune suonare a distesa la "Campana Grossa" Allora per tutte le strade che vi conducono, la folla si riversa in Piazzolina dove al primo tocco della campana i fondaccini han già dato piccio al "bello pomo" ossia hanno dato fuoco alle fascine disposte intorno alla base di un grossissimo ginepro comune,per collocare il quale esiste sul lastrico di Piazzolina apposita lapide dove han fatto un ballo…). sempre intercalate con i soliti brani di trescone…A questo punto la cantilena si fa diversa, e per le strofe che seguono è adattata quest’altra che ho sentito anche per le chiese in occasione del Natale e delle Missioni: ( La brunettina mia coll’acqua delle fonte…) Le strofe che seguono Vengono cantate con quest’altra cantilena: a piè di quel monte dove si leva il sol… (Canto che oggi non viene più eseguito). Poi sempre colla cantilena medesi-ma, seguitano con quest’altra canzone che è la più popolare di tutte e che chiama-no " La Mea". A questo punto il Bello Pomo è tutto bruciato e le ultime palettate di brace hanno rifiorito lo scaldino di questa e di quella vecchierella, e hanno servito ad accendere la pipa a tutti i fumatori. I canti leggendari e i tresconi con i violini e i cembali sono finiti. Peraltro in un angolo della Piazzolina si forma un ristretto circolo di festaioli che prendono a cantare: e gri… specie di brindisi e forti voci, mentre che un festaiolo si piazza in mezzo al circolo bevendo a garganella ad un fiasco di vino. Quando il bevitore è stanco, passa il fiasco ad un suo compagno che cessa di fare il coro e prende a sua volta posto nel mezzo del circolo, bevendo a garganella più che può. Finito un fiasco né compare un altro e così di seguito fino che si è asciugato l’ ultimo fiasco e cantato l’ ultimo " e gri". La festa del " Bello Ballo" è finita e i festaioli delle due comitive vanno a spartire quei pochi franchi precedentemente raccolti girando per il paese. Il pubblico viene poi e conoscere durante la serata, che i festaioli, oltre non avere fatto una bella cena, come usavano una volta, hanno attaccato " di molti sagrati", dopo aver toccato con mano che i denari sono risultati meno di quelli dell’ anno scorso perché i signori ormai non danno più nulla, non hanno più amore alle vecchie costumanze del paese, e preferiscono finire il carnevale a Firenze, ad Arezzo e perfino a Soci. E dicono questo con viva amarezza e rimpiangono i bei tempi nei quali il povero avvocato Poltri (Domenico) tornava da Firenze apposta per venire a cantare la Mea; e la sora Caterina Poltri ( che sarebbe stata la madre del poro Sor Giulio Lubiani) la scendeva premurosa dalla sua stanza per prendere parte intorno al Bello Pomo e, vecchia e inferma, ce l’ hanno portata a braccia colla sua poltrona e tutto, a cantare come gli altri, e giurano che, nonostante tutto questo, il Bello Ballo non deve morire perché lasceranno raccomandato ai loro figlioli di rispettare questa usanza, come ad essi fu raccomandato dai loro vecchi. Infatti il " Bello Ballo" ( e il Bello Pomo) si mantiene sempre in vita e, come la colombina del sabato Santo a Firenze, seguita a richiamare in Bibbiena molta gente delle campagne circostanti nel giorno del "Martedì Grasso". Nelle immagini da cineteca dell’ anno 1960, effettuate da Giuseppe Biggeri ci possiamo rendere conto di quanto detto: basta vedere intorno al pomo il quasi centenario Chianti, Bruno Nola, Catenaccio, Gambarada, Pancia, Pepe, Pasqua- lino di Neno, Manne e tanti altri bibbienesi, ballare e cantare. Non si può quindi modificare l’andamento della manifestazione che tuttavia si adegua, sia pur limitatamente, ai tempi, non si possono escludere la fanfara, che suona musiche popolari, i bambini vestititi con costumi "da fatine" o da "uomo ragno", che lanciano coriandoli, o che usano bombolette, perché è la tradizione del bruciare il "bello pomo" che rimane è l’ agricoltore che ancora trae gli auspici da come brucia il ginepro e il bibbienese che strappa un ramo-scello dall’albero rimasto integro dal fuoco, se lo mette sul bavero del cappotto e se lo porta a casa, o i bambini, che vedono per la prima volta l’evento e lo memorizzano, permettendo così a questa usanza di proseguire nel tempo com’è avvenuto da oltre 650 anni. Daniele Senzi
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